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Pece Brettia (Pix Bruttia) della Sila, Massimo Tigani Sava: è il più antico prodotto enologico certificato del Mediterraneo

Pece Brettia (Pix Bruttia) è il più antico prodotto enologico certificato del Mediterraneo: così l’ha definita Massimo Tigani Sava, giornalista e saggista, nel suo corposo saggio intitolato “L’Alberello Enotrio”. La Pece Brettia, prodotta a partire dalla resina ricavata dai Pini Larici della Sila (oltre che dalla conifera Picea) è anche l’argomento del secondo Capitolo, di quasi 100 pagine e corredato da oltre 160 note, dell’importante opera citata giunta alla sua sesta edizione molto ampliata. L’articolato volume di oltre 650 pagine (sono più di 1.100 le note che rimandano a centinaia di testi specialistici consultati e citati) è ricco di analisi e spunti di riflessione sulle radici storico-culturali e identitarie dell’agroalimentare, del cibo e del vino di Calabria: dai Sissizi del mitico Re Italo (Enotri) alla Dieta Mediterranea sulla quale si soffermarono le ricerche dello scienziato americano Ancel Keys alla metà del secolo scorso. Ecco come esordisce Massimo Tigani Sava proprio nel Capitolo II, trattando uno dei temi più avvincenti della storia antica calabrese: «La Pece Brettia (Pix Bruttia) può essere considerata il più antico prodotto enologico certificato della storia del Mediterraneo, nonché la prima “Dop” della Calabria (sebbene non sia un alimento): connessa per millenni allo sfruttamento dei boschi di conifere della Sila (intesa nella sua massima estensione); è stata utilizzata in particolare in campo enologico e, come tale, ha goduto di diffusi grandi apprezzamenti, riconoscibilità e distintività. La Pece Brettia, infatti, venne ritenuta un prodotto d’eccellenza soprattutto per rivestire le anfore contenenti vino e per sigillarne le relative chiusure. Nel mondo mediterraneo esistevano altre peci rinomate, ma quella Brettia si distingueva per le sue qualità intrinseche legate al territorio di provenienza (una vera e propria IG, Indicazione Geografica)». La Pece Brettia si ricavava, come detto, lavorando con il calore la resina presente nei tronchi del Pino Laricio e della Picea, altra conifera (ampie spiegazioni nel capitolo richiamato, con puntuali richiami a studi storiografici e di botanica).

L’argomento Pece Brettia interessa, ovviamente, tutta la storia economico-sociale, naturalistica, climatica e forestale della Sila, intesa nella sua accezione geografica più ampia che, nei tempi antichi, riguardava una superficie maggiore rispetto a quella attuale, estesa senz’altro fino al Reggino e alla Locride. Fondamentale, poi, il rapporto tra la Pece Brettia e la produzione vitivinicola dell’intero Mediterraneo, con particolare riferimento alla commercializzazione mediante anfore. Da non sottovalutare gli usi in campo medico e salutistico. Numerosi i richiami e le citazioni relativi ad autori antichi: Aristofane, Dionisio di Alicarnasso, Marco Tullio Cicerone, Plinio il Vecchio, Marco Anneo Lucano, Erodoto, Dioscoride Pedanio, Scribonio Largo, Quinto Gargilio Marziale, Teodoro Prisciano, Lucio Giunio Moderato Columella. Il racconto di Massimo Tigani Sava sulla Pece Brettia è molto ben argomentato, documentato e propone ragionamenti originali.

Citazioni delle opere di diversi studiosi, tra i quali: Cristina Capriglione, Alberto de Bonis, Domenico Marino, Tommaso Di Fraia, Pier Giovanni Guzzo, Giovanna De Sensi Sestito, Giuseppe Cordiano, Felice Costabile, Silvana Luppino, A. Battista Sangineto, Roberto Spadea, Stefano De Caro, Lavinio Del Monaco, Adolfo Di Bérenger, Vincenzo Dorsa, Luigi Accattatis, Michele Tenore, Giambattista Brocchi, Paolo Poccetti…

Per un approfondimento su “L’Alberello Enotrio“, con eventuali indicazioni per l’acquisto: L’ALBERELLO ENOTRIO.

Per un approfondimento sul rapporto fondamentale tra Enotria e Magna Grecia: ENOTRIA.

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Fotografia pubblicata: troncho di Pino Laricio (Sila), dal quale si ricavava la resina utile a produrre la Pece Brettia

 

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