Studiare la storia in modo serio non induce a votare a sinistra, così come pensa Stefano Bonaccini picconando in maniera clamorosa le fondamenta della vera democrazia, ma senz’altro a comprendere che cosa accade nel presente. Stiamo vivendo una fase difficile, complessa, di enormi cambiamenti che, ahimè, potrebbero avere esiti ancora più drammatici. In Europa lo scontro cui stiamo per assistere è tra élite da un lato, e dall’altro ceti medi impoveriti e masse senza prospettive e disorientate. Le élite europee, che sono quelle che in gran parte controllano i gangli vitali della società e dell’economia (finanza, informazione, multinazionali, alta burocrazia…), rispetto alla prima metà del Novecento e quindi ai due conflitti mondiali non sostengono la destra classica, bensì la cosiddetta sinistra. Ecco perché non ha senso parlare di fascismo e di nazismo, così come di comunismo: siamo di fronte, infatti, a categorie superate e non più proponibili. La mutazione genetica culturale, direi quasi antropologica, delle élite, le ha rese sensibili a molti temi, in gran parte inquinati da demagogia, retorica e ipocrisia, cari ai woke in America e ai partiti e movimenti che si ritengono progressisti o modernisti. Dirsi di destra non è di moda, in genere, per chi ha frequentato università blasonate o si muove con leggiadria fra circoli e salotti delle nuove aristocrazie. Chi vive di agi e di lusso, però, così come di privilegi non sempre meritati, perde in genere il contatto con la società, con il popolo, con al gente normale. Vien meno quel “senso comune” così brillantemente descritto da Thomas Paine nel suo famoso pamphlet che precedette di pochi mesi, e in verità incentivò, la Rivoluzione Americana. I vertici europei di oggi, con le loro gigantesche nonché costosissime macchine di potere, troppo spesso inutili se non dannose, assomigliano all’aristocrazia francese della seconda metà del XVIII secolo tanto cieca attorno ai valori del divino Re Sole (Luigi XVI) da non accorgersi che le urla della rivoluzione erano alle porte, tra contadini sfruttati, artigiani senza futuro, piccola borghesia e intellettuali illuminati desiderosi di nuovi assetti. Tutto stava per crollare rovinosamente, a Parigi, ma la corte dovette giungere alla decapitazione dei monarchi per capire che il mondo era cambiato!
Le élite del benessere, delle conquiste scientifico-tecnologiche, degli aspetti positivi della globalizzazione (viaggi, spositamenti, carriere, servizi avanzati…) non sembrano avere la sensibilità filosofica e culturale per comprendere come i ceti medi siano stanchi, delusi e preoccupati. Al contempo porzioni enormi di popolazione non sono catalogabili (così accadeva in un passato non troppo lontano), come ceti operai, artigiani, contadini, proletari, ma solo come non-inclusi o esclusi senza speranza. La sinistra classica (comunisti approdati in maniera seppur ambigua al riformismo, socialisti democratici, progressisti autentici…) è in fortissima minoranza e non incide: il suo posto è stato occupato da agglomerati di potere che hanno sposato la demagogia e il giustizialismo a buon mercato quale strategia politica primaria. Crescono, invece, com’è accaduto nei giorni scorsi in Sassonia-Anhalt, e come accadrà a breve in tante nazioni del Vecchio Continente, forze populiste che hanno saputo intercettare il malessere profondo dei cittadini. Spira un potente vento di cambiamento che le gerarchie “moderate” guardano con disprezzo o con la puzza sotto al naso, immaginando di poterle contenere facendo leva su offese a buon mercato e tentativi rozzi di emarginazione. Non è così. Se la pancia moderata, o quel che ne resta, della rinsecchita Ue non deciderà di analizzare al più presto, e con intelligente analisi politica, la situazione, verrà spazzata via in un paio di tornate elettorali. La corsa al presunto “centro” italiano ha ormai del ridicolo: si tenta di sommare pochissimi punti percentuali o addirittura decimali, peraltro riconducibili essenzialmente a poche sacche di elettorato organizzato, mentre fenomeni nuovi crescono a ritmi rapidi e incessanti. Giorgia Meloni, che non ha visto erodere se non di pochissimo il patrimonio di voti di Fdi, deve giocare una partita decisiva e nuova: non merita, per amor di verità, di essere accomunata ad un’esausta classe dirigente fallimentare, miope, incapace e per certi aspetti anche dannosa. Giorgia Meloni, è auspicale, sarà impegnata nel gestire il cambiamento, nel pilotarlo verso forme attive, credibili e sostenibili di governo, ma senza farsi frenare da rigurgiti inconsistenti di un “centrismo” senza più speranza. Sacche di parassitismo economico-sociale sono all’origine del malessere diffuso di ampie maggioranze in tutti i Paesi europei e non solo. I commentatori nazionali assai poco attenti (o non interessati a ragionare su questo argomento) non sottolineano a sufficienza come Sahra Wagenknecht, leader del movimento populista di sinistra BSW, ha assicurato il sostegno alla straripante AfD per la presidenza e la formazione del governo in Sassonia-Anhalt. BSW, nata nel 2024, è una costola di Die Linke, fondata da dissidenti da questo partito catalogato come sinistra radicale. BSW e AfD (ossimoro politico?) contro le caste incartapecoritiche, contro le élite plutocratiche, contro un sistema di potere che ha impoverito i popoli europei. Altro che “centristi” da recuperare, in verità simbolo di ultra-conservatorismo antidemocratico! Un modesto consiglio: sveglia! (Massimo Tigani Sava)
