Ho letto con attenzione l’analisi di Mimmo Tallini sulla difficile situazione politica del Capoluogo. Credo che l’intera società civile catanzarese debba finalmente occuparsi, con slancio generoso, del presente e del futuro della Città e del suo più immediato comprensorio. Il sistema politico, nel suo complesso, manifesta forti limiti (fatte salve alcune eccellenze che pure emergono): il più grave tra tutti è la mancanza di un’analisi sociale ed economica profonda. Tale ragionamento vale per Catanzaro come per l’intera Calabria (di recente qualcosa di interessante è emersa da un’intervista rilasciata da Pippo Callipo). Poca attenzione si rivolge alla fragilità di un tessuto economico-sociale in cui l’economia privata e di mercato non riescono a soddisfare la forte richiesta che c’è di lavoro. L’attenzione pertanto si sposta, talora anche in modo patologico, sulle istituzioni e in particolare sulla Regione e sui Comuni. Dalle imprese dei più vari settori ai singoli professionisti il “pubblico” è troppo spesso l’unica, se non la principale, fonte di lavoro o comunque di oggettivo sostegno finanziario. Questa centralità del “pubblico” comincia ad essere un’anomalia nazionale incancrenita. Nel Nord produttivo il lavoro privato è, soprattutto nei comparti più qualificati, meglio remunerato di quello pubblico: dall’operaio specializzato all’infermiere, dall’ingegnere all’avvocato, dal manager al quadro. In Calabria e a Catanzaro, invece, troppo spesso lavorare nel privato (tranne che nei casi virtuosi che pur esistono) significa doversi accontentare di stipendi ridotti, di ritardi anche pesanti nell’erogazione delle spettanze, di diritti negati (straordinari, riposi, inquadramenti, ecc.), di vere e proprie forme di sfruttamento (emerse da inchieste giudiziarie), di oggettiva impossibilità di crescita. Non voglio negare che tale situazione gravissima sia anche figlia di culture arretrate e post-feudali, così come di sacche endemiche di parassitismo, ma nel complesso ritengo che la fonte primaria di questa discrasia possa essere individuata nella debolezza assoluta del tessuto economico-sociale, come del resto testimoniato in maniera eloquente dai principali indicatori. Ecco quindi che il sistema pubblico, gli eletti, le istituzioni vengono presi d’assalto da una domanda di lavoro (talora quasi di sussidio più o meno mascherato) che è eccessiva, che contribuisce fortemente a indebolire il ruolo della politica e la qualità della stessa. Quello che un tempo veniva definito clientelismo (fenomeno ancora presente) è diventato a mio avviso un dato strutturale che supera l’aspetto degenerativo per ergersi a sistema ineludibile, meritevole di analisi profonde e responsabili. Ecco perché in tanti preferiscono emigrare e “scappare”, mentre chi resta può essere sommariamente suddiviso in due grandi blocchi: i privilegiati (per merito o per furbizia), e i bisognosi obbligati a trasformare il momento politico ed elettorale in fenomeni di scambio, di collusione, di impoverimento ammalato della dialettica democratica. Mi si perdoni l’eccessiva schematizzazione che accantona ovviamente alcuni aspetti. Spetterebbe alla borghesia illuminata (parte della quale ha anche beneficiato di questa condizione di debolezza intrinseca) e alla politica più solida e competente, iniziare a porre al centro del confronto il tema cruciale dello sviluppo. Senza sviluppo economico-sociale, senza un’economia di mercato forte, senza il ruolo trainante di imprese che non scarichino sul lavoro dipendente la loro condizione di asfissia, non ci può essere neanche la tanto richiesta rigenerazione della politica. Guardai con attenzione all’esperienza guidata da Nicola Fiorita, proprio per sposare un moto, per quanto non privo di evidenti contraddizioni, di terapeutico rimescolamento delle carte. Con lo stesso spirito positivo, ovviamente in scala più ampia e di rilevanza strategica, guardo oggi alla forza e alla spinta impressa da Giorgia Meloni (e trovo strano che certo finto-progressismo contesti alla premier quelli che dovrebbero essere, invece, i punti di forza della vecchia sinistra: venire dal popolo, alla Di Vittorio, ed essere stati partoriti dalla politica attiva piuttosto che dai salotti o dalle fucine di certe miopi e talora inquinate élite). I successi storici di Giorgia Meloni in politica estera, con importantissime ricadute interne, la accomuneranno a breve ai grandi del periodo post-bellico! Nicola Fiorita avrebbe dovuto concentrarsi di più sull’analisi da tradurre in azione politica alta, anche perché ne ha i mezzi culturali, e di meno sulla gestione che ha preteso inevitabili compromessi politici al ribasso. Alcuni suoi compagni di strada hanno svolto, in tal senso, un ruolo assolutamente negativo e Fiorita dovrebbe prenderne atto. Catanzaro continua a non avere un’identità ben definita né visione strategica. Oggi più che mai il Capoluogo è al bivio e rischia di rimanere schiacciato, come ha segnalato Tallini, da veti incrociati, rancori, lotte intestine, guerre per l’occupazione di spazi di potere e di manovra. L’oggettivo assalto disordinato al territorio, sul quale ritornerò, è un altro campanello d’allarme sottovalutato. Necessita una svolta immediata, a fronte della quale anche le più forti organizzazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio…) devono tracciare una linea e indicare ai cittadini i percorsi più virtuosi. La borghesia illuminata dovrebbe sentire il dovere di imporre un livello di confronto adeguato. Gli intellettuali e quella parte di stampa che non si limita ad alimentare (magari inconsapevolmente) i riti del politichese fine a se stesso, dovrebbero fungere da stimolo. La guida politica andrebbe assunta da parlamentari e consiglieri regionali, chiamati a garantire un indispensabile salto di qualità. (Massimo Tigani Sava)


























